Una fine e un inizio

Era mezza vestita e tutta ancora addobbata con i gioielli da viaggio, ma non era più importante e si lasciò andare sul letto e pianse per sé stessa, per il marito, per ciò che l’aspettava e per un dolore che non riusciva più a contenere. L’alba la colse incapace di muoversi, stremata com’era dalla notte insonne. Si alzò stancamente e si trascinò in bagno, lasciò scorrere l’acqua per alcuni minuti riempendo il lavabo e vi immerse le mani, si spruzzo l’acqua fresca sul volto e si sentì rinnovata.

6 agosto 1973

Dopo giorni di cattivo tempo e mare grosso il mar Mediterraneo si era placato e Margherita, in crociera per due settimane con la sorella, finalmente poteva restare sul ponte appoggiata alla ringhiera esterna e godersi il tepore del sole nelle prime ore del mattino. Ogni anno si prendeva una breve pausa riflessiva dal matrimonio, il marito non aveva mai posto obiezioni a questa breve interruzione della loro quotidianità, d’altronde anche lui per anni aveva trascorso periodi lontano da lei in compagnia dell’amico architetto; un’amicizia, quella del marito, che era finita improvvisamente diciassette anni prima. Margherita non aveva mai conosciuto la ragione di tale chiusura e lui non aveva mai dato una spiegazione esauriente, da allora viaggiava di rado e preferiva restare al castello insieme ai suoi adorati cavalli. Lei, invece, intraprendeva due viaggi all’anno con la sorella Irene e sempre sceglieva le crociere nel Mediterraneo.

Quando il cameriere venne a chiamarla per il pranzo s’intravvedeva all’orizzonte il profilo dell’Attica e della città di Atene; erano giunti all’ultima tappa del viaggio, dopo un paio di giorni avrebbero preso la via del ritorno.

Raggiunse la sorella in sala da pranzo e fu colpita dal suo sguardo perso nel vuoto e dall’innaturale biancore: Irene immobile la stava fissando come se avesse visto un’apparizione ultraterrena.

Un paio d’ali

Cara amica e caro amico,

quello che ci vorrebbe per sognare in santa pace a occhi aperti è di potere usufruire di grandi ali; ci darebbero la possibilità di spiccare un volo, sorvolare alte cime, scendere in picchiata verso il mare e di tanto in tanto sorvolare città rumorose piene di gente indaffarata.

Da lassù ogni dettaglio, però, perderebbe di significato e avremmo sempre la visione d’insieme: le strade, le case, gli alberi, gli esseri umani e tutto il resto.

La grandiosità di ciò che potremmo osservare ci farebbe sentire parte del tutto e ciò credo donerebbe un grande senso di pace.

Tratto dal libro: “L’ombra” e il cavallo

“Non posso lasciare le cose come stanno, l’eredità andrà perduta per sempre e questo non è possibile. Eppure, se penso a lui, mi dispiace immensamente per la sua vita passata, inconclusa, e perché no, anche per quello che sta per succedergli. Se ci fosse un modo per evitarlo lo farei, ma non lo intravvedo, non esiste. Non ho scelta, lui non me lo ha permesso con quel suo tardo desiderio di sistemare gli errori del passato”

L’alba non era ancora giunta quando silenziosamente entrò nella stalla e individuato il cavallo gli offrì un pugno di sale, che lui leccò ben felice di approvvigionarsi prima del previsto.

Una finestra sul mondo

Usciti dalla cerchia delle mura, dall’alto del colle dove era edificato il castello, potemmo valutare l’ampiezza della proprietà: un susseguirsi di vigneti, boschetti, prati, un lago; in lontananza si distinguevano le sagome delle case del paese vicino.

La zia ci fece seguire un sentiero che costeggiava le mura e potemmo godere di una vista completa di quel panorama da fiaba.

“Dove finisce la proprietà? Chiesi.

Lei, con il bastone, disegnò nell’aria i confini delle sue terre, poi mi prese a braccetto e, ignorando il nipote, finimmo il giro intorno al maniero. Una chiacchera tira l’altra, e fu così, non so come, che dalle viti passammo alla mia vita, e la zia volle sapere tutto: dove abitavo, chi erano i miei genitori, se avevo un buon rapporto con loro, che tipo di studi avevo intrapreso, che cosa pensavo di fare da adulta e così via. Quando fu sazia delle informazioni che mi riguardavano,  si scusò per la sua curiosità, d’altronde, mi disse, una signora della sua età aveva poche occasioni per far conoscenza con i giovani.

Ginevra, per tutto il tragitto, scodinzolò al mio fianco e pareva più il mio cane che quello di zia Margherita.

Dal libro “d’amore in giallo”: Un amore che non finisce

La notte precedente era giunta anche la neve e una pesante coltre bianca aveva cambiato il paesaggio.

“Pare di essere in un altro luogo” affermò Giulia con decisione.

“Già, comunque anche a me sembra tutto diverso da ieri … e la neve non c’entra, chissà perché!?!”

Dopo averlo osservato a lungo lei sprofondò il volto nel suo piumino, lui la strinse a sé, non c’era bisogno di altre parole.

Il suono di un claxon li richiamò; alcune persone fecero loro notare che la macchina di Manfredi era parcheggiata male, impediva alla loro di muoversi.

Seguirono la carrareccia per qualche chilometro poi s’immisero nella strada Mesules, la via che attraversa tutti i paesi della Val Gardena; come sempre c’era traffico, uscirono da Selva molto lentamente e, quando finalmente raggiunsero la frazione di Plan, le auto già procedevano spedite. Iniziarono a salire, solo le tracce recenti dei pneumatici definivano la via da percorrere, era chiaro che non avevano ancora pulito la strada.

Un assaggio del libro: L’avvocata e l’investigatore

“Possiamo incontrarci? Vorrei avere la tua opinione su una certa questione. Mi fido solo del tuo parere, hai un fiuto per la caccia che non sbaglia mai!”

“Non mi adulare, lo sai che per te ci sono sempre. Quando mi vorresti incontrare?”

“Anche adesso, se ti fosse possibile”

“Sei una donna fortunata, stavo per uscire dall’agenzia, che ne dici di un aperitivo? Dove ti trovi?”

“Sono ancora in ufficio”

“Tra un quarto d’ora al massimo sarò al cancello”

“Perfetto!” esclamò sollevata Susanna.

“Che uomo disponibile!” pensò Susanna “Abbiamo affrontato e risolto problematiche complesse: tradimenti, fallimenti, ma non omicidi … d’altronde non so a chi altri affidarmi”

Molti anni prima Corrado le aveva fatto una corte serrata, ma lei non aveva mostrato interesse; lui aveva accettato il rifiuto con una grande leggerezza ed erano diventati buoni amici e compagni di lavoro.

Giunta in strada, Susanna, sperò non ci fosse l’aggressore nei paraggi, guardò in tutte le direzioni, con lo spray pronto all’uso. Intenta com’era a cercare con lo sguardo quell’uomo tra le auto in sosta, non udì giungere Corrado, se ne accorse solo quando udì un clic e con la coda dell’occhio vide al suo fianco spalancarsi una portiera.

“Hai chiamato e sono giunto. Sono curioso di udire la nuova storia che mi stai per raccontare”

Susanna salì e si lasciò trasportare dalla fiammante auto che in breve la portò a destinazione: un bar rinomato per gli aperitivi nel centro della città.

Si sedettero e davanti a un cocktail Susanna gli raccontò ogni cosa; quando si interruppe lo osservò, voleva coglierne la prima impressione.

“Con te le sorprese non mancano, cara Susanna ti sei lasciata coinvolgere in un bell’intrico, questa Giulia, inconsapevolmente, ti ha attirata nella sua vita e trascinata in un gorgo da cui non ti sarà facile uscire”

Tratto dal libro: Il persecutore

Trascorse la giornata tra mille problemi e incombenze, dimenticandosi completamente di quanto le era accaduto il giorno precedente; solo il silenzio, scandito dal vibrare del computer, le diede il senso del tempo: la sera giunse e con lei il buio. Guardò fuori dalla finestra e notò che erano rimaste poche auto nel parcheggio, la visuale era libera. In quel momento entrò nel suo ufficio l’addetto al servizio delle pulizie, lei lo osservò e, con un sospiro di sollievo, poté constatare che era sempre lo stesso, e che il persecutore del giorno precedente non si era ancora infiltrato nel suo ufficio. Controllò, per sua tranquillità, che lo spray fosse al suo posto e uscì; l’entrata principale dello studio dava in un cortile, in pochi passi fu sulla strada principale, la sua macchina era parcheggiata dal lato opposto, la vedeva benissimo.

Tratto dal libro: Il cassetto segreto

La cena trascorse lentamente, il padrone di casa era silenzioso e dichiarò che si sarebbe coricato presto perché la mattina seguente aveva intenzione di fare una passeggiata a cavallo.

Gli ospiti proposero di tornare in paese a finire la serata e se ne andarono a bordo delle loro belle auto, rientrarono a notte inoltrata. Quando la dimora si chiuse in un silenzio tombale si recò finalmente nello studiolo, fortunatamente non era chiuso a chiave, ritornò alla scrivania, riaprì lo scomparto segreto, questa volta si diede il tempo di frugare meglio e trovò un’altra foto addossata alla parete di fondo. Era rischioso ma accese la lampada da tavolo. Fu sufficiente un istante per capire che i suoi sospetti erano fondati.

“Ora so ciò che devo fare” si disse.

Spense la luce, prese entrambe le foto, richiuse il cassetto e tornò in camera.

Passò le poche ore che mancavano al sorgere del sole a torturarsi l’anima; un briciolo di senso di colpa residuo, non permetteva di occuparsi totalmente della faccenda.

Tratto dal libro: il viaggio in funivia

Quel 29 dicembre del ’73, con un lungo sospiro di rassegnazione, abbandonai il pensiero del ragazzo della pasticceria e mi apprestai a gustare le piccole libertà che avevamo conquistato, come sistemarci in sala da pranzo in un tavolo da sole e andare e venire a nostro piacimento, sfuggendo alle strette maglie del controllo genitoriale. I nostri famigliari ci guardavano a distanza, pronti a ricondurci sulla diritta via in caso di bisogno.

Il mattino dopo, alle sette in punto, la mia amica Luisa era già sveglia e ci buttò letteralmente giù dal letto, e noi, che speravamo di dormire sino a mezzodì, fummo costrette ad alzarci, a imbacuccarci e a prepararci per l’appuntamento nella hall con l’istruttrice di sci.

Una rapida colazione poi l’incontro con il nostro gruppo di sciatori e via alla fermata dell’autobus; l’addestramento era previsto sulle piste che partivano a oltre duemila metri di altezza. Il viaggio non era finito, perché avremmo dovuto prendere una funivia che ci avrebbe condotti ancora più in quota, su un’altura da cui partiva una bella pista.

Dopo la solita coda, impacciati dagli sci e dalle racchette, riuscimmo a entrare e a sistemarci vicino al finestrino nella parte anteriore della funivia; eravamo stretti e non c’era spazio per muoversi. Udii parlottare alle mie spalle e sentii l’attacco di uno sci spingermi dolorosamente nella schiena.

Cercai di spostarmi, poi di spingere via lo sci, poi emisi un lamento, infine mi girai e stavo per aggredire qualcuno quando incontrai uno sguardo conosciuto: il proprietario dello sci era proprio il ragazzo che avevo incontrato in pasticceria il giorno prima.