Ricapitoliamo

Spero che qualcuno nell’etere mi segua: per ora nel blog il silenzio regna sovrano. Mi rivolgo a quei “Qualcuno” che sono interessati alla storia raccontata in Tres Mundi.

Il 1° capitolo non è finito.

Una breve sintesi dei fatti:  nel 1967, in una serata estiva, mentre sto raccontando una storia alla mia amica seduta sulla panchina del giardino di casa nostra, accade un fatto allarmante: appare un essere mostruoso. Fuggiamo in casa, ma appena sono al sicuro mi accorgo che la mia amica è sparita.  Insieme a mio fratello iniziamo le ricerche.

Dal libro Tres Mundi:

“Poco oltre, verso l’ingresso principale del giardino, Ghiso trovò anche un braccialetto rotto in due pezzi. Fu allora che mio fratello si tolse il sorrisetto ebete dalla faccia e per la prima volta nei miei undici anni di vita sembrò prendermi sul serio. Mi fece cenno di seguirlo, cosa che avrei fatto comunque, non volendo rimanere sola nemmeno per un istante, così gli corsi appresso cercando di non far rumore. Il cane, al suo fianco, trotterellava felice per quella passeggiata inaspettata.

C’era un silenzio opprimente, squarciato solo dallo stridio di una civetta. Eravamo in piena estate ma, cosa strana, una nebbia spessa, bassa e fredda stava avvolgendo tutto. Il cancelletto del giardino scricchiolando si aprì e mio fratello brandendo il bastone e muovendo con agitazione la torcia avanzò guardingo. L’erba alta attutiva i nostri passi e sembrava di camminare nel vuoto. A malapena riuscivo a distinguere Filippo, la coltre bianca lo inghiottiva a qualche passo di distanza.

Quando fui sfiorata dai rami dell’enorme abete che torreggiava su tutti gli alberi del giardino, mi accorsi che mio fratello era sparito e Ghiso con lui. Mi addentrai sotto l’albero. Conoscevo bene quel punto, c’era un passaggio tra i rami intricati che portava alla base del tronco: io e Patty passavamo ore lì sotto, a giocare.

Finalmente toccai la corteccia e mi buttai al suolo, al sicuro, sul morbido tappeto di aghi e foglie.

Mai come in quel momento sembrò così soffice. Mi sistemai meglio ed ebbi la sensazione che il tappeto si muovesse. Il silenzio fu squarciato da un rantolo. Urlai di terrore. Mi mossi rapida a quattro zampe e mi spinsi dall’altra parte dell’albero. Un rumore di rami calpestati si stava avvicinando. Ero infreddolita e l’umidità m’incollava l’abito addosso. La paura dell’ignoto mi spingeva a trovare un nascondiglio sicuro e mi ricordai che a pochi metri di distanza, vicino alla recinzione che divideva la nostra proprietà da un’antica villa abbandonata, mio nonno aveva sistemato una catasta di legna da ardere coperta da un telo impermeabile. In quel momento una sagoma più chiara della nebbia mi si parò davanti e m’illuminò, abbagliandomi: era la torcia di Filippo.

“Ho udito un lamento, poi un calpestio di passi, li ho seguiti ed eccomi qui” disse mio fratello.

“Ah, sei tu Filippo, mi hai spaventata; potresti controllare l’altra parte del tronco, prima mi ero seduta su qualche cosa di morbido che si è mosso” sussurrai.

“Resta qui” mi rispose con tono fermo.

Il tappeto di aghi e foglie scricchiolò sotto i suoi passi. Passarono minuti interminabili in cui respiravo velocemente, in attesa. Un ringhiare improvviso intercalato da rochi versi mi gelò il cuore.

“Che cavolo …”

“Filippo, hai bisogno d’aiuto?”

“Lasciami andare” urlò.

Il guaito di Ghiso peggiorò la situazione e la mia preoccupazione aumentò.

Nessuna risposta, solo suoni attutiti seguiti da squittii. Corsi verso i rumori e vidi mio fratello lottare furiosamente con un essere incappucciato che stava per sopraffarlo. Ghiso saltò addosso all’essere a più riprese. Non sapendo che fare mi guardai attorno. A terra c’era il bastone di Filippo. In un secondo lo raccolsi e, senza pensarci troppo, saltai addosso all’assalitore e glielo sbattei pesantemente sulla schiena. Con un agghiacciante lamento buttò mio fratello a terra, girandosi dalla mia parte. Lo sguardo che lessi in quegli occhi mi raggelò il sangue.

Avanzando verso di me, allungò una mano rattrappita dalle lunghe unghie incurvate e m’artigliò il collo. Il suo odore da topo di fogna era insopportabile. Io lo strattonai, saltai all’indietro, e costrinsi quell’essere infernale a sganciare le dita. Lui con voce sepolcrale mi disse. “Da molto tempo ti cercavo”.

Mentre pronunciava queste parole, fatto un passo in avanti, mi tappò la bocca con la sua zampa pelosa per impedirmi di urlare e afferrandomi per un braccio e cercando di trascinarmi, nascosto dalla nebbia, verso la catasta di legna, avvicinò all’orecchio il peggior muso che avessi mai visto e mormorò: “O ultima testimone della tua stirpe, ti ho trovato!”.

Scalciai, cercando di liberarmi dalla sua gelida presa.

“Ghiso, attacca” urlai.

Il cane si avventò contro l’essere, ma lui lo respinse affondandogli la zampa artigliata nella pelliccia. Ghiso, ululando per il dolore, con tutta la rabbia che aveva in corpo, lo morse ripetutamente. Per un attimo il mostro allentò la presa e io mi divincolai. Corsi via, ma con la coda dell’occhio vidi sferrare un calcio al mio povero cane che cadde a terra contorcendosi.

In quattro passi l’essere mi fu nuovamente addosso e passandomi una zampa intorno al collo, quasi impedendomi di respirare, mi costrinse a seguirlo. Schiacciò a terra la rete di recinzione che ci separava dalla villa abbandonata, ci passò sopra e iniziò a tirarmi dall’altra parte, come fossi un peso morto, incurante delle estremità appuntite della rete che mi laceravano le carni. Poi mi caricò in spalla come fossi un sacco e si diresse con passo spedito verso il centro del grande parco.

Era terribilmente buio e regnava un totale silenzio. Come sempre mi accadeva nei momenti veramente pericolosi, la mia mente era lucida. Perché mi aveva catturato? E soprattutto perché mi aveva chiamato testimone? E di che stirpe stava parlando?

Mi depose a terra e nonostante la mancanza di luce riconobbi a pochi passi di distanza la facciata principale della villa.

“Se provi a urlare, non vedrai l’alba di domani” sibilò.

Poi si spostò di lato e, mentre con un braccio mi teneva pressata a terra, con l’altro armeggiò chinato al suolo.

Cercai di sollevarmi per vedere meglio, ma sentivo il peso del suo braccio sul torace. Abbassai la testa e la sbattei contro un sasso appuntito. Sarà stato il bernoccolo che fuoriuscì immediatamente dopo, ma in un secondo decisi il da farsi: allontanai lentamente il braccio dal corpo, lo portai all’altezza della nuca, alzai lentamente la testa e con dita tremanti afferrai il sasso. Lo lanciai con tutta la forza che riuscii a imprimergli e lo colpii in pieno muso. Ebbe un attimo di esitazione, allentando la presa. Rotolando di lato urlai a squarciagola.

“Aiutooo! Sono qui!”.

Di nuovo mi fu vicino e mi riacchiappò. Sentii la presa sul torace farsi pesante arrivando quasi a impedirmi di respirare. Stavo per svenire quando udii alle mie spalle l’avvicinarsi di passi frettolosi e l’alternarsi di voci: Filippo, Patty e Ghiso erano lì.

Ghiso spiccando un salto, sembrava volasse, si buttò addosso all’essere e lo morse ripetutamente. Filippo lo bastonò a dovere. L’incappucciato mi lasciò andare e bofonchiando mi disse “Ci rivedremo”. E in un attimo sparì dalla mia vista inghiottito dalla nebbia.

Mai come in quel momento fui felice di ritrovare mio fratello e il prode Ghiso.

Mentre spiegavo l’accaduto a Filippo indicai il punto dove avevo visto scomparire il mostro.

Patty piangeva in silenzio con un’espressione di terrore dipinta sul volto.

“Tranquilla, adesso ci sono io e con questo” e così dicendo mio fratello mostrò il bastone da montagna “non mi farò più sorprendere”.

“Un essere orrendo mi ha portato qui mormorando strane parole” ansimai.

“Penso sia un umano che ama i travestimenti; gli darò una lezione che gli farà passare la voglia di ritentare l’impresa; però adesso preferirei che ve ne andaste a casa”.

Guardai mio fratello con occhi nuovi e lui stesso mi osservò in modo diverso; lo sguardo non era più strafottente o infastidito e gli occhi scintillavano. Mi parve di vedere in lui, risorto, lo spirito dei grandi condottieri del passato, di cui amavo leggere le gesta.

“Andiamo, Ghiso, facciamola finita con il finto mostro che terrorizza mia sorella” disse Filippo brandendo il bastone, preparandosi all’attacco.

Prima di andarmene mi girai un’ultima volta e seguii con lo sguardo Filippo, o meglio la sua torcia, sparire nel giardino della villa abbandonata.

Camminando alla cieca riuscimmo a percorrere a ritroso il sentiero ma non sentendomela di abbandonare Filippo al suo destino decisi di aspettare sotto il grande abete. Patty strofinandosi un enorme e violaceo bernoccolo sulla fronte raccontò l’accaduto.

“Mentre cercavo di seguirti, qualcuno mi ha chiuso la bocca e mi ha trascinata sotto l’albero, buttandomi brutalmente a terra, così che cadendo ho sbattuto la testa o almeno credo”.

“Lo hai visto bene?”.

“No, però ne ho percepito l’odore. In realtà puzzava terribilmente. Guardandomi in faccia ha sussurrato solo “Non sei lei…” poi se n’è andato ed è giunto tuo fratello”.

“Invece a me ha detto strane parole, chiamandomi ultima testimone della mia stirpe. Non saprei dire se fosse un essere mascherato o un reale mostro giunto dall’inferno” risposi sovra pensiero ascoltando strani tonfi in lontananza.

In quel momento un rumore più forte mi distolse dal racconto.

“Ah, maledetto” mi sembrò di udire.

“Filippo è nei pasticci, devo andare ad aiutarlo. Te la senti di seguirmi o preferisci rimanere qui ad aspettare?”.

“Da sola non ci resto, vengo anch’io”.

“Va bene, Pola, stammi vicina” e neanche a dirlo si appese al mio braccio.

Dopo qualche metro arrivammo alla catasta di legna che segnava il confine con la villa.

Afferrai un bastone sporgente, ne saggiai la forza e oltrepassai la rete di recinzione che era stata abbassata al mio precedente passaggio; dei due metri in altezza iniziali non rimaneva che un reticolo informe saltabile anche da un bambino”

 

 

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