Ancora quella maledetta estate del 1967.

Torniamo al 1967 quando a 11 anni mi successe un fatto strano.

Ricapitolando: io e la mia amica una sera d’estate eravamo sedute sulla panchina situata nel cortile dove abito. Improvvisamente apparve una luce alla base della panchina e un mostro infernale si mostrò sul cancello…

Dal libro Tres Mundi:

“Terrorizzate filammo verso casa. Il portone d’ingresso era vicino. Corremmo a perdifiato e giungendovi per prima, infilai le mani tremanti nelle tasche del vestito per afferrare le chiavi. Pola m’implorava di fare presto, qualche cosa di oscuro si stava avvicinando, ne udiva il fruscio. Scelsi a caso una delle chiavi e la infilai nella toppa, sperando fosse quella giusta.

Udendo il rumore dello scrocco spinsi il portone che si mosse.

“Patty, siamo salve”. Mi catapultai all’interno e dopo un attimo, pensando che Patty mi avesse seguito, lasciai andare il portone che con un tonfo secco si chiuse.

“Siamo salve”. Nessuno rispose, il silenzio e l’oscurità mi fecero rabbrividire.

“Patty dove sei?”. Nessuna risposta, mi resi conto che ero sola nell’androne ed era buio. Trovai il pulsante, accesi la luce, indecisa sul da farsi mi alzai sulle punte dei piedi e avvicinai un occhio allo spioncino. La luce della lampada esterna mi rassicurò, non si notava alcun movimento sospetto, tutto pareva tranquillo, ma Patty dov’era?

Non sapevo cosa fare, il mio istinto mi urlava di mettermi in salvo, ma una vocina laggiù in fondo mi diceva di avventurarmi fuori a cercare la mia amica, o almeno di uscire per dare un’occhiatina. Titubante, aprii il portone solo un pochino per sbirciare: il silenzio totale m’insospettì.

“E se il mostro mi stava aspettando nascosto dietro le piante ornamentali poste ai lati della scala?”

I pensieri correvano, volevo andare, ma anche scappare. Decisi di chiedere aiuto, ma a chi? Non potevo recarmi dai genitori, almeno, non per il momento. M’immaginavo i rimproveri e le punizioni per chissà quali infrazioni, no, era meglio cercare qualcun altro. Mio fratello maggiore Filippo, per esempio?

Anche su di lui avevo parecchi dubbi: era sì un enorme diciassettenne, una montagna di muscoli, ma anche un rompiscatole che non perdeva occasione per rifilarmi qualche buffetto, così chiamava le terrificanti schicchere sulle orecchie (fortunatamente per me, dedicava buona parte del suo tempo all’eliminazione di mosche e mosconi, riducendo le pareti di casa a cimiteri d’insetti).

Decisi per il male minore. Salii le scale con il cuore in gola e concitata raccontai brevemente l’accaduto a Filippo. Lui, ridendosela tra i baffetti radi, non mi credette, ma acchiappò lo stesso il bastone da montagna di mio padre, una torcia e m’intimò di seguirlo. Per mio fratello ogni occasione era un buon pretesto per attaccar briga. Chiamò anche Ghiso, il nostro cane, il nipote di un grosso meticcio che aveva seguito un prozio materno al ritorno dall’Etiopia.

Appena giunti all’esterno ci guardammo intorno, sbirciando anche verso la panchina, ma di Patty non c’era traccia. Sorpassato il grande vaso di fianco alla scala, Ghiso si precipitò a raccogliere qualche cosa a terra e la portò a mio fratello. L’oggetto trovato doveva essere rilevante, perché Filippo, senza informarmi di ciò che gli passava per la testa, se lo rigirò per qualche minuto tra le mani e finalmente me lo mostrò.

“E’ il cerchietto per capelli di Patty” mormorai…

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