Un incontro nel nulla in Val Padana

Il pensiero che attraverso l’esecutore materiale qualcuno potesse risalire a loro non era accettabile. Si erano dati un appuntamento in un luogo isolato conosciuto solo dal mandante, scoperto casualmente tanti anni prima; finalmente era giunto il momento di chiarire le cose, avevano tempo tutta la giornata. Il luogo dell’incontro, in aperta campagna, era isolato: c’era una casa diroccata nascosta da fitti e rinsecchiti arbusti, vicina a un maleodorante macero abbandonato. La strada bianca che portava a destinazione si dipanava nella campagna e per molti chilometri non si incontrava anima viva. Mancava ancora una buona mezz’ora all’appuntamento, il mandante era giunto un’ora prima per pensare, per valutare il luogo, per escludere eventuali tranelli, perché non si fidava di nessuno, non se lo poteva permettere.

Dedicato a tutti noi

Cara amica e caro amico,

questo romanzo è dedicato a tutti noi, che non ci accontentiamo di invecchiare in silenzio, perdendo ogni giorno, alla fermata dell’autobus o alla guida di una fiammante auto sportiva o di una bicicletta, la memoria di come eravamo e di ciò che abbiamo provato.

Noi vogliamo ricordare e non dimenticare le emozioni che rendono la vita degna di essere vissuta in ogni momento.

Noi, che abbiamo seguito il filo della vita sino a qui, accettando vittorie e sconfitte, crediamo che l’amore e “il cuore in volo” non siano solo ricordi lontani.

La speranza e la leggerezza del vivere esistono sino all’ultimo attimo della nostra esistenza, e forse anche oltre.

Dal libro: Il cacciatore e la preda

Giulia scattò in avanti come un felino; la pista curvava e diveniva più stretta, era anche più complessa, piena di cunette e, dal rumore provocato dagli sci, era chiaro che la superficie ghiacciata non era stata coperta dalla neve caduta la notte precedente. Giulia dovette ridurre la velocità e si fermò in un punto leggermente sopraelevato per avere una buona visione e lo vide, una ventina di metri più in basso, fermo al lato della pista, e la stava osservando. Si studiarono, Giulia si domandò chi fosse, in quel momento, il cacciatore e chi la preda.

Dal libro: tè e pasticcini

Manfredi capì il mio disagio e intavolò un discorso frivolo sui giardini e la disposizione delle piante ornamentali lungo il viale d’accesso alla villa. A loro piacque quell’argomento e tutti e tre intervennero con le più disparate opinioni, ma era la madre di Carlo a chiudere il discorso, e sempre il suo parere era accettato dagli altri come corretta soluzione, e mi fu ben chiaro chi tenesse lo scettro del comando in quella famiglia.

Mentre sbocconcellavamo deliziosi pasticcini e sorbivamo il nostro tè, io la osservai, e ne notai più volte un’espressione risoluta, che appena si presentava spariva subito dopo per lasciare posto a un leggero sorriso lievemente ammiccante.

Mi parve ovvio che fosse lei a dirigere la famiglia, la servitù, la casa e non mi sarei meravigliata nello scoprire che la sua influenza si espandesse sino a giungere agli ambienti di lavoro del figlio e del marito.

Dal libro: Ciò che doveva rimanere occultato

Nelle prime ore di quel pomeriggio estivo non sapeva che fare: il caldo e il sole allo zenit non l’aiutavano certo a inventarsi un programma divertente, non rimaneva altro che gironzolare per i corridoi solitari di quel luogo antico, in cui non accadeva mai nulla di interessante. Come sempre a quell’ora dormivano i domestici, il padrone di casa, i parenti, gli amici e i due cani da guardia, si udivano solo i cori delle cicale, così decise di salire in soffitta, da lassù la vista era splendida; si tolse le scarpe, non voleva fare rumore, e a piedi nudi affrontò la prima rampa, stava per salire la seconda quando un mormorio attrasse la sua attenzione, proveniva dallo studiolo del padrone di casa. La porta era solo accostata e si avvicinò; lui era seduto alla scrivania, era solo, e stava osservando qualche cosa.

“… adesso devo porvi rimedio, domani ritorna e sistemerò la faccenda. Mi resta  poco tempo, non posso aspettare oltre” disse sovra pensiero l’uomo.

La figura all’esterno inavvertitamente diede un colpetto alla porta che cigolò.

“C’è qualcuno?”

Nessuno rispose, l’uomo uscì dallo studiolo e si guardò intorno e non contento sbirciò nella tromba delle scale, infine rientrò e si chiuse la porta alle spalle.

Completamente a ridosso della parete per non farsi vedere, tenne il fiato sospeso per qualche secondo, poi ridiscese la scala e si fermò ad ascoltare, questa volta non udì nulla, riprese a salire, poco dopo la porta dello studiolo si aprì nuovamente, furtivamente si sporse dalla tromba delle scale e vide uscire l’uomo. Ridiscese quando i passi si persero nel corridoio, la curiosità era grande e affrontare il rischio non era mai stato un problema; la porta dello studiolo era socchiusa, entrò e si diresse alla scrivania. Il piano era sgombro, aprì il primo cassetto, c’erano solo fatture, poi aprì il secondo e trovò alcuni fogli e qualche penna.

Dal libro: Il lupo

In quel momento spuntò, poco lontano dalla riva, una sagoma che sparì poco dopo tra gli alti arbusti rinsecchiti; Ginevra alzò il muso e immobile fissò il punto dove era apparsa, un movimento alle nostre spalle ci riscosse, e Ginevra iniziò a ululare, si alzò e, se non l’avessi trattenuta, sarebbe scappata. Manfredi intervenne per fermarla, lei tornò a sedersi e un lupo apparve superando agilmente un tronco riverso al suolo, era un bell’animale, dalle lunghe zampe marrone chiaro e il mantello grigio, e aveva un’espressione per nulla aggressiva. Rimase a fissarci annusando l’aria, infine si girò e sparì nuovamente.

“Ginevra ha uno spasimante” sussurrai a Manfredi.

“Ora capisco perché di notte si aggira in questi luoghi: ha un fidanzato” proferì Manfredi.

La nostra passeggiata si concluse con la scoperta di questo amore, e quando ci incamminammo verso il castello faticammo a impedire a Ginevra di correre dietro al bellimbusto dalle lunghe zampe, che riapparve e ci seguì mantenendo sempre una certa distanza di sicurezza.

Dal libro: Il primo giorno

Le prime luci dell’alba li colsero addormentati, abbracciati strettamente. Qualche ora dopo il sole trovò un passaggio tra le fessure lasciate libere delle pesanti tende accostate e illuminò il volto di Giulia. Lei, destata dai raggi solari, aprì gli occhi e la prima cosa che vide fu lui, in piedi, a fianco del letto che la osservava con un dolce sguardo stupito; mettendo a fuoco Giulia su avvide che lui reggeva un vassoio.

“Ho pensato che ti sarebbe piaciuto fare colazione”

“Oh, Manfredi, non ho parole!” disse Giulia aprendo le braccia per chiamare a sé lui e il cibo: era il momento di assaporare tutto della vita.

Le porse il vassoio, che era colmo di ogni squisitezza montanara, e gustarono il primo giorno della loro quotidianità insieme.

Dal libro: Quali sono i confini dell’amore?

Questo scritto è un inno alle sensazioni che ci fanno sentire vivi e alle pulsioni che sbocciano, fioriscono per poi, forse, inaridirsi. 

Quali sono i confini entro cui muoversi in questo fuggevole mondo? Quanto sacrificare della nostra natura agli eventi?

Difficili risposte quando le nostre menti e i nostri corpi non sono dominati dalla ragione, ma dalle emozioni, e, se oltre a inoltrarci per appaganti sentieri sconosciuti ci troviamo a vivere in una trama da romanzo giallo, tutto si complica.

Dedico questo romanzo alle fanciulle senza tempo, ai loro  sogni e all’indomata scintilla di vita che resiste in tutti noi.

Dal libro: Sud Tirolo 1973

“Sud Tirolo: 29 dicembre 1973

A diciassette anni fiumi di ardore scorrono nelle vene e il cuore s’infiamma. Le battaglie da vincere sono tante e l’entusiasmo e l’energia non sono da meno.

E quando qualche giorno prima di capodanno ti trovi su una corriera gremita di vacanzieri, e guardi il bianco paesaggio, sai che ciò che ti aspetta è una promessa. La corriera si arrampica per una stretta strada in salita, affrontando un dedalo di curve, scansando all’ultimo momento cumuli altissimi di neve. La meta è vicina: l’agognata Plan, frazione di Selva di Val Gardena.

Boschi imbiancati fiancheggiano la strada e ti seguono sin alle porte di Ortisei, il paese più grande della valle; lì giunti la Val Gardena si apre a ventaglio per mostrare il suo contenuto: bianchi tetti illuminati dal sole del primo pomeriggio. La corriera continua a salire e attraversa un altro paese e un altro ancora, poi finalmente giunge alla meta, e noi scendiamo carichi di valige e di sci e ci mettiamo in coda per registrarci all’albergo “Casa Alpina”

Quell’anno, finalmente, avevo ottenuto il permesso dei miei genitori di dormire in camera con le mie amiche Luisa e Anna nell’ala nuova dell’hotel, ben distante dal controllo di mamma e di papà.

Prima di essere un albergo, la Casa Alpina, era stata la stazione finale del Trenino della Val Gardena: una ferrovia austriaca costruita agli inizi del novecento; quando dismisero la ferrovia l’edificio fu trasformato in albergo e utilizzato dal Dopolavoro Ferroviario di Bologna.

Il prezzo conveniente aveva dato la possibilità a famiglie a basso reddito di portare i figli in montagna a sciare, cosa che sarebbe stata altrimenti impossibile”