Sabato 12 gennaio 1974

Quel sabato le lezioni erano terminate un’ora prima del previsto e io uscii dalla scuola insieme ai miei vivaci compagni che immediatamente fuori decisero di spartirsi una gigantesca crescentina dal vicino fornaio; io non avevo appetito e nell’attesa che lui giungesse sbirciavo le persone che passavano nel vicolo. A un tratto giunse un uomo che si avvicinò all’ingresso della scuola e si fermò titubante ad aspettare, pensai fosse il padre di qualche studente e, quando si girò verso di noi attirato dagli schiamazzi del mio tumultuoso gruppo, ne scorsi il volto che era quello di un giovane sconosciuto. Iniziò a piovigginare e lo sconosciuto corse verso di noi ricavandosi un piccolo spazio per ripararsi sotto al portico dove noi ci eravamo fermati, proprio di fronte al fornaio. Francamente lui stonava in quel luogo: era vestito da becchino, disse qualcuno, con quell’abito scuro, la cravatta in tinta e la camicia bianca.

A ogni infornata di crescentine corrispondeva una zaffata di caldo aroma carico di grassi che usciva volteggiando dal negozio e, guarda caso, lui era proprio davanti all’ingresso e ne era investito in pieno. Noi eravamo così diversi con i nostri jeans dai bordi sfilacciati, gli informi maglioni e i giacconi tipo eskimo! Il motivo era chiaro: noi eravamo studenti diciassettenni che potevano ancora sognare un futuro diverso, mentre lui, che aveva otto, dieci anni in più, era già oltre e mi pareva che si fosse ben inserito nella vita adulta, supposizione supportata dall’abbigliamento serio e molto costoso.

Dopo queste osservazioni tornai a guardare il vicolo nell’attesa di vedere giungere “lui”, e all’una in punto arrivò; avanzava con passo certo e pareva un tutt’uno con il suo abito formale, simile a quello del “becchino” ma più disinvolto. Si diresse nella mia direzione e stavo per uscire dal gruppo quando vidi che si fermava davanti al ragazzo da noi tanto bistrattato, con cui scambiò due parole, poi lo vidi volgersi intorno per cercarmi e mi feci avanti.

“…Giulia!” esclamò vedendomi.

Un altro assaggio del libro: l’incontro

La musica ritmata ci avvolse, “lui” mi guardò e da quel momento e per tutto il ballo non riuscii a staccare gli occhi dal suo sguardo vellutato.

Che cosa mi stava succedendo? E dove erano finite le parole e la battuta sempre pronta con cui mi difendevo? Non mi ero mai sentita così. Mi pareva di essere nuda davanti a lui: una donna senza pelle e senza alcuna difesa.

Capì la mia debolezza e con noncuranza mi invitò a tornare a sedere, mi accompagnò alla poltrona, mi sfiorò la guancia con un lieve bacio, mi sorrise e se ne andò.

Io non sapevo che fare, avevo il cuore in tumulto e, anche se ogni mia piccola particella bramava corrergli dietro, prendere la sua mano e seguirlo ovunque volesse andare, restai seduta e aspettai le mie amiche.

Dal libro “L’amore in giallo”: Un giorno d’autunno al castello

La fine di ottobre era giunta e con lei un vento freddo e aria di burrasca.

La Contessa Margherita, che viveva in solitudine dalla morte del marito, aveva invitato al castello i parenti e gli amici per trascorrere il fine settimana, che coincideva con la festa dei morti: tre giorni in tutto. I vigneti, dai toni rossastri dell’autunno, dormivano in pace aspettando il rinascere della vita in primavera; quel sabato, il Monferrato, si presentava avvolto nella foschia e ben poco era concesso alla vista e all’udito, solo biancore e silenzio. Le macchine giunsero verso l’ora di pranzo e il gruppo infreddolito sciamò rapidamente all’interno del castello. Le camere erano pronte ad accoglierli, anche i caminetti erano stati accesi e, a parte i gelidi corridoi, la temperatura all’interno degli ambienti era piacevole.

A Camal fu destinata la stanza che aveva occupato nel precedente agosto e, prima di raggiungere gli altri in sala da pranzo, se la prese comoda: sistemò gli abiti nell’armadio, passò alcuni minuti davanti al fuoco scoppiettante del camino e si rallegrò per la riuscita “dell’affaire” erede, sapeva di avere tempo sino a Natale per decidere la strategia da adottare nei suoi confronti.

1973: UN ALBERGO IN VAL GARDENA

Nel periodo di Natale e capodanno gli ospiti dell’albergo a Plan di Selva di Val Gardena erano quasi totalmente dipendenti delle ferrovie dello stato con le loro famiglie. Mio padre non amava quella sistemazione, a lui non piaceva ritrovare l’ambiente di lavoro anche quando era in vacanza, ma il prezzo accettabile era stato sufficiente a far sì che ritornassimo ogni anno. Nel 1973 l’ala vecchia dell’albergo era veramente vecchia e, oltre allo scricchiolare delle reti dei letti e all’increscioso fatto di avere il bagno in corridoio in comune con le altre camere, si aggiungeva un freddo intenso: le finestre d’epoca lasciavano entrare spifferi d’aria glaciale che rendevano lo spogliarsi un’operazione coraggiosa. Ai miei genitori, però, quell’ambiente spoglio, essenziale, defilato e scarsamente illuminato piaceva molto.

Un rifugio nella fredda notte

La luna ci illuminava la via e noi procedemmo spediti; da uno squarcio tra gli alberi vidi più in basso i tetti di Plan, non sapevo dove mi stesse portando, ma andava bene così.

La via che Manfredi aveva scelto era poco distinguibile, e io temetti ci fossimo persi; continuammo ad avanzare e raggiungemmo uno sperone roccioso, un punto pericoloso, molto esposto. “Lui” mi aiutò con dolce attenzione, superammo la parete rocciosa e aumentammo l’andatura; il sentiero ritornò a essere ben percorribile e si biforcò, prendemmo una stradina a destra continuando a salire in silenzio.

Quando in uno slargo apparve una sagoma scura capii di essere giunta a destinazione.

“Siamo arrivati?” gli mormorai.

“Sì, è l’unico luogo che conosco non facile da raggiungere!”

Primi giorni di agosto 1973

Nelle prime ore di quel pomeriggio estivo non sapeva che fare: il caldo, il sole allo zenit non l’aiutavano certo a inventarsi un programma piacevole, non rimaneva altro che gironzolare per i corridoi solitari di quel luogo antico, in cui non accadeva mai nulla di interessante. Come sempre a quell’ora dormivano i domestici, il padrone di casa, i parenti, gli amici e i due cani da guardia, si udivano solo i cori delle cicale; decise di salire in soffitta, da lassù la vista era splendida, si tolse le scarpe, non voleva produrre alcun  rumore e a piedi nudi affrontò la prima rampa. Il piede aderiva alla vecchia pietra e la sua superficie fresca provocava una piacevole sensazione di ristoro; stava per affrontare la seconda rampa quando un mormorio che proveniva dallo studiolo del padrone di casa attrasse la sua attenzione. La porta era solo accostata e si avvicinò: lui era seduto alla scrivania, era solo e stava osservando qualche cosa.

Una fine e un inizio

Era mezza vestita e tutta ancora addobbata con i gioielli da viaggio, ma non era più importante e si lasciò andare sul letto e pianse per sé stessa, per il marito, per ciò che l’aspettava e per un dolore che non riusciva più a contenere. L’alba la colse incapace di muoversi, stremata com’era dalla notte insonne. Si alzò stancamente e si trascinò in bagno, lasciò scorrere l’acqua per alcuni minuti riempendo il lavabo e vi immerse le mani, si spruzzo l’acqua fresca sul volto e si sentì rinnovata.

6 agosto 1973

Dopo giorni di cattivo tempo e mare grosso il mar Mediterraneo si era placato e Margherita, in crociera per due settimane con la sorella, finalmente poteva restare sul ponte appoggiata alla ringhiera esterna e godersi il tepore del sole nelle prime ore del mattino. Ogni anno si prendeva una breve pausa riflessiva dal matrimonio, il marito non aveva mai posto obiezioni a questa breve interruzione della loro quotidianità, d’altronde anche lui per anni aveva trascorso periodi lontano da lei in compagnia dell’amico architetto; un’amicizia, quella del marito, che era finita improvvisamente diciassette anni prima. Margherita non aveva mai conosciuto la ragione di tale chiusura e lui non aveva mai dato una spiegazione esauriente, da allora viaggiava di rado e preferiva restare al castello insieme ai suoi adorati cavalli. Lei, invece, intraprendeva due viaggi all’anno con la sorella Irene e sempre sceglieva le crociere nel Mediterraneo.

Quando il cameriere venne a chiamarla per il pranzo s’intravvedeva all’orizzonte il profilo dell’Attica e della città di Atene; erano giunti all’ultima tappa del viaggio, dopo un paio di giorni avrebbero preso la via del ritorno.

Raggiunse la sorella in sala da pranzo e fu colpita dal suo sguardo perso nel vuoto e dall’innaturale biancore: Irene immobile la stava fissando come se avesse visto un’apparizione ultraterrena.

Un paio d’ali

Cara amica e caro amico,

quello che ci vorrebbe per sognare in santa pace a occhi aperti è di potere usufruire di grandi ali; ci darebbero la possibilità di spiccare un volo, sorvolare alte cime, scendere in picchiata verso il mare e di tanto in tanto sorvolare città rumorose piene di gente indaffarata.

Da lassù ogni dettaglio, però, perderebbe di significato e avremmo sempre la visione d’insieme: le strade, le case, gli alberi, gli esseri umani e tutto il resto.

La grandiosità di ciò che potremmo osservare ci farebbe sentire parte del tutto e ciò credo donerebbe un grande senso di pace.

Tratto dal libro: “L’ombra” e il cavallo

“Non posso lasciare le cose come stanno, l’eredità andrà perduta per sempre e questo non è possibile. Eppure, se penso a lui, mi dispiace immensamente per la sua vita passata, inconclusa, e perché no, anche per quello che sta per succedergli. Se ci fosse un modo per evitarlo lo farei, ma non lo intravvedo, non esiste. Non ho scelta, lui non me lo ha permesso con quel suo tardo desiderio di sistemare gli errori del passato”

L’alba non era ancora giunta quando silenziosamente entrò nella stalla e individuato il cavallo gli offrì un pugno di sale, che lui leccò ben felice di approvvigionarsi prima del previsto.